Meno indio per tutti

Non bastavano petrolio, rame, fosfati: secondo le autorità USA potremmo andare a secco anche con le terre rare. Altra botta al nostro assurdo stile di vita.

Secondo la Repubblica, il ministero Usa dell’Energia ritiene che le disponibilità di indio, disprosio, neodimio, europio e terbio potrebbero incontrare qualche problema, mentre per l’ittrio c’è già la difficoltà di quando la domanda supera l’offerta.

Non è un pesce d’aprile: questi elementi, presenti in zone dimenticate della tavola di Mendel’ev, sono davvero importanti per la produzione di buona parte delle diavolerie elettroniche che costituiscono il nostro selvaggio stile di vita.

“Il problema,” continua Maurizio Ricci sulla Repubblica, “non è che non c’è abbastanza indio o europio sotto terra, ma che non sappiamo dove sia“. Fino a ieri, questi elementi sono stati ricavati come sottoprodotti dell’estrazione di altri minerali. Ma recentemente la Cina, principale produttore mondiale, ha preferito dirottare il poco che estraeva (spesso illegalmente e in spregio ai diritti dei lavoratori) verso il proprio mercato interno.

La preoccupazione attorno a questi materiali dai nomi ridicoli mostra che il petrolio non è l’unica risorsa critica per le sorti del nostro assurdo stile di vita.

Questi materiali sono necessari per la produzione di oggetti sofisticati, come superconduttori, o dispositivi radio di precisione, ma anche di oggetti comuni come hard disk, schermi piatti, chip, lampadine a basso consumo e turbine eoliche.

La chiusura di queste esportazioni sta concentrando nelle mani della Cina settori strategici come la microelettronica. USA e UE sono piuttosto seccati per la notizia, e si appellano ai trattati internazionali, ma qualcosa ci dice che, in questi tempi grami, quelle carte stiano perdendo significato.

Ancora cattive notizie: pare che la Cina estragga a oggi circa il 95% del quantitativo mondiale di tali risorse. In altre parole, nel breve e medio periodo non c’è possibilità di riattivare miniere chiuse o sottoutilizzate altrove nel mondo, né di sviluppare tecnologie surrogate.

Potrebbe essere il primo segno della fine dell’era dell’elettronica a prezzi popolari. Guardiamo il bicchiere mezzo pieno: potremmo essere invogliati a non sostituire il nostro hardware al ritmo folle degli ultimi anni: una delle abitudini più scellerate dal punto di vista ambientale che ci siamo permessi.

Ancora, si potrebbe far diventare il trashware, l’attività di recupero di apparecchi elettronici usati, un settore economico degno di questo nome.

Quando un PC ultimo grido viene venduto sul mercato a 200 euro,” sostiene Mirco Gasparini, dell’officina OS3, “è evidente che il valore di un hardware con minori prestazioni, con qualche migliaio di ore/lavoro sul groppone, si deprime al di sotto dei costi vivi di ricondizionamento.

Questo rende il trashware appannaggio solo di associazioni di volontari e appassionati. Ma la pacchia elettronica non durerà in eterno“, continua Gasparini. “Il prezzo delle risorse, soprattutto il petrolio, è destinato a crescere. Allora questa sana attività di recupero potrebbe assumere significato economico, dando opportunità di lavoro a molti tecnici.

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