Il nostro difficile cammino

Riflessioni a ruota libera sul significato del nostro impegno.

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Di fronte a un sistema distruttivo che non vuole rallentare (e che non può se non mettendo in preventivo la possibilità di un costo umano ed economico imprevedibile che spaventa tutti noi) esistono movimenti che si impegnano nel cercare vie alternative, ma questo variegato mondo di alternativi non riesce per ora a diventare agli occhi della maggioranza dell’umanità una reale alternativa praticabile, cosa è che ci manca?

Siamo spettatori e purtroppo, più o meno involontariamente, anche parte di un sistema che sta andando a tutta velocità verso un futuro molto oscuro, io non riesco ad essere ottimista, questo sistema lo vedo funzionare maledettamente bene, una macchina distruttiva quasi perfetta, in poche decine di anni abbiamo fatto morire di fame mezzo mondo per permettere all’altra metà di ridursi ad automi dipendenti dal consumismo, abbiamo distrutto migliaia di chilometri quadrati di foreste, ridotto la biodiversità, iniziato una alterazione del clima che nessuno è in grado di prevedere cosa causerà, consumato fino all’osso materie prime di tutti i generi, inquinato aria, acqua e terra, degradato quel po di umanesimo che era sopravvissuto alle due grandi guerre, inventato un nuovo modo di fare le guerre dove i morti si chiamano effetti collaterali.

Solo una piccola parte dell’umanità è impegnata nel tentativo di cambiare questo scempio di modello unico di riferimento, è una costellazione di movimenti vivi e ricchi di idee e nuove pratiche ma che purtroppo riescono ad aggregare poche persone e fanno fatica ad aggregarsi fra di loro, restando movimenti quasi insignificanti di fronte alla macchina distruttiva che è in moto, nonostante questo limite questi movimenti rappresentano per ora la sola speranza esistente in un mondo migliore e le uniche realtà in cui vale veramente la pena esserci.

Temo che la difficoltà ad aggregare e ad aggregarsi sia riposta nel fatto che anche in questi nostri movimenti purtroppo ogni tanto emergono, seppure in piccola parte, molti dei mali che dovremmo aiutare a guarire, basta poco per togliere ai nostri movimenti la forza e l’attrazione che possiamo esercitare se vengono a mancare la capacità di essere testimonianza di coesione, di rispetto, di passione e entusiasmo.

Un grande limite che ancora come esseri umani non riusciamo a superare è la mancanza di fiducia reciproca, non riusciamo a coltivare la fiducia a renderla materia viva sulla quale lavorare e sperimentare, a mio avviso la fiducia è la vera zattera di salvezza di fronte allo sfascio che sta avvenendo e che ancor di più avverrà in futuro. Abbiamo bisogno di imparare a stare assieme se vogliamo sperare in una società diversa e migliore, emerge ancora la difficoltà a osare a mettersi assieme coltivando un clima di fiducia, ancora pesa la logica individualista di questo modello economico e culturale dove modalità di fratellanza, condivisione, solidarietà e reciprocità sono state quasi cancellate dai possibili ideali ai quali ispirarsi.

Poi c’è una grande e antica debolezza umana la reazione di avversione (spesso rabbia o comunque un moto interiore che ci rende acidi prima dentro di noi e poi con gli altri) che si manifesta sotto molteplici sembianze spesso inconsapevoli: la tendenza ad essere criticanti, infastiditi, irritati, l’impazienza, l’invidia, la facilità alla scontentezza, alla delusione, all’intolleranza verso persone e situazioni, come ad esempio verso i bambini che giocando fanno rumore, verso un personaggio politico o un’idea politica che non approviamo, o semplicemente per un’idea diversa dalla nostra, verso chi vive nel lusso e sembra godersela, ecc. poi c’è un’altra grande debolezza: il bisogno di ottenere in qualche modo visibilità con gli altri per sentirci qualcuno per essere al centro dell’attenzione.

Prima o poi spero impareremo a stare assieme senza farci del male, a gestire nel nostro reciproco relazionarci anche i lati oscuri che albergano in noi e nei nostri movimenti per cercare di salvaguardare tanto impegno profuso e salvaguardare tante speranze riposte, oltre al fatto di fare quello che facciamo con il piacere di farlo e con il piacere di stare con le altre persone che si impegnano con noi.

Per me vale la pena vivere qualsiasi progetto che contenga in se, alla base di tutto, una ricerca di relazioni fatte di intensa umanità. Con i cambiamenti avvenuti in questo ultimo anno il lavorare nel gruppo delle Matonele è diventato un impegno per rendere visibile una rete di relazioni svolto come servizio gratuito, un lavoro, un impegno che ogni uno di noi umilmente svolge facendone dono agli altri senza aspettative se non quella di sperare di contribuire a migliorare dal basso un modello sociale ed economico per noi inaccettabile, eppure nonostante queste ultime premesse anche fra di noi emergono situazioni difficili. Proprio in un momento di difficoltà ho trovato questo racconto di cui non è specificata la fonte, credo rappresenti un messaggio per tutti noi.

Il “Dono del vecchio rabbino” racconta la storia di un monastero in decadenza nel quale vivevano quattro anziani monaci e l’abate i quali erano molto preoccupati per la fine del loro ordine monastico.
Nei boschi intorno al monastero si trovava una capanna usata ogni tanto come eremitaggio da un rabbino.
Dopo anni di preghiere, contemplazioni e meditazioni, il gruppo dei monaci aveva sviluppato una certa sensibilità e percepivano la presenza del rabbino quando era presente nella capanna-eremo.
L’abate, afflitto e addolorato per la situazione difficile del suo monastero decide di chiedere consiglio al rabbino. Egli condivise il dolore dell’abate poiché anche la sinagoga della sua città era frequentata da poche persone.
Discussero sulla mancanza di spiritualità della gente.
Il rabbino non aveva consigli pratici da dare all’abate ma gli disse: “il Messia è tra di voi”
Tornato al monastero l’abate e i quattro monaci si chiesero chi fosse fra loro il Messia. Riflettendo sul fatto che ciascuno di loro potesse esserlo, iniziarono a trattarsi l’uno l’altro con grande rispetto.
I pochi visitatori che si recavano in quel luogo sentivano la particolare atmosfera di rispetto reciproco e di armonia che si sprigionava dai monaci e cominciarono a ritornarvi con altri amici. Le persone giunsero quindi sempre più numerose in quel posto speciale e così il monastero, grazie al dono del rabbino, riprese ad essere un ordine prosperoso e divenne un centro spirituale. “

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