Decrescita felice?

Prendo spunto da una mail girata nella lista intergas veronese per interrogare me stesso, ma non solo, su quello che siamo come movimento che sostiene l’idea e la pratica di economia solidale.

Da una parte c’è chi entusiasticamente vede le esperienze di economia solidale come la soluzione felice a questa decrescita forzata a cui stiamo assistendo, all’opposto c’è chi legge in modo molto critico la realtà dell’economia alternativa all’attuale sistema, nel mezzo c’è chi cerca faticosamente di costruire esperienze e conoscenze in grado di creare speranza nel futuro, con la consapevolezza che per ora non possono dare risposte concrete a tutte le persone che si trovano coinvolte nella crisi. Ma quello di cui siamo carenti è sopratutto la voglia di impegnarsi in un percorso collettivo di elaborazione di una nuova cultura di sostenibilità e giustizia.

Fra chi sostiene le esperienze di economia solidale basta leggere quello che scrive Pamela Pelatelli (riportata integralmente in calce a questo articolo), che guardando con una lente di ingrandimento le esperienze di economia “diversa” che stanno nascendo la fa apparire come la soluzione facile alla crisi in atto, alla portata di tutti e senza grossi squilibri, dimenticando che la (tutto sommato piccola) decrescita che sta avvenendo, a fronte di pochi esempi di soluzioni positive testimoniate, coinvolge migliaia di lavoratori, artigiani e piccoli imprenditori a cui non siamo in grado di dare risposte, figuriamoci se la decrescita prendesse una accelerazione più significativa.

All’opposto c’è per esempio questo articolo sull’agricoltura: http://www.unacitta.it/newsite/intervista.asp?id=2227 in cui un agronomo attacca duramente quello in cui crediamo, sostenendo a spada tratta che la rivoluzione verde ha salvato milioni di vite umane e traendo la conclusione che la strada da percorrere è quella di proseguire nello sviluppo di una agricoltura sempre più tecnologica, fino a sostenere la necessità degli OGM per poter dare da mangiare ai miliardi di esseri umani che ci sono ora sulla terra, dimenticando che la maggior resa della produzione agricola è stata possibile grazie all’uso massiccio di derivati del petrolio e dei fosfati, tutte materie prime  che si sono depositate in milioni di anni e che si stanno esaurendo in poche decine di anni, lasciando nel lungo periodo ben poche speranze su questo modello di agricoltura.

Nel mezzo ci metto la risposta di Michele alla lettera di Pamela Pelatelli che riporto alla fine del mio intervento e prima della lettera della Pelatelli.

La mia considerazione è che, al di là della sostenibilità o meno dell’agricoltura o delle esperienze di economia “alternativa”, è importante non dimenticare che come movimento siamo nati prima di tutto da una critica verso un modello economico iniquo, ora ho l’impressione che la crescita numerica che c’è stata in questi ultimi anni abbia appiattito la coscienza collettiva su posizioni più accomodanti, mi sembra che ci sia poca voglia di confronto su temi che dovrebbero appassionarci, il modello economico che abbiamo criticato fin dall’inizio della nascita dei GAS, negli ultimi anni è cambiato molto in peggio, non è più solo iniquo, ma è diventato sempre più una bestia feroce che, pur di saziare una fame di soldi inesauribile, è disposto a sbranare membra del proprio stesso corpo; sono sempre più le realtà produttive che chiudono schiacciate dalla speculazione, la speculazione oramai è diventata incontrollabile e in grado di piegare gli stati stessi.

Rischiamo di dimenticarci che le buone pratiche a cui aderiamo come GAS sono nate dopo una elaborazione culturale, ora al di la delle buone pratiche che ci sono sento la mancanza di un lavoro collettivo di critica del “sistema” e di elaborazione sui passi che vorremmo fare per andare verso un mondo migliore.

Michele scrive in risposta alla lettera di Pamela Pelatelli:

Io non so se la signora Pamela viva in una dimensione diversa dalla mia, oppure se semplicemente non la racconti giusta.
Mentre noi Matonele ci interroghiamo sul perché dei suicidi (http://www.quarei.it/matonele/?p=5532), questa signora se ne esce con
un inno alla crisi.
Il giorno 23 maggio 2012 Pamela Pelatelli scrive: Accanto a un grande supermercato che perde clienti, c’è un G.A.S. che aggiunge un membro alla sua lista, una cooperativa agricola che accoglie una famiglia in più nel suo negozio o un servizio a domicilio che registra
un ulteriore pacco da consegnare. Fioriscono le forme alternative di accesso al cibo: quello buono però, quello fatto crescere da un contadino, coltivato con passione e con cura.
Non so che percezione abbiate della crisi, ma io vedo che i consumi fatti presso il mio GAS non sono affatto in crescita, anzi. E questo è
comprensibile, visto che il cibo buono, quello fatto crescere da un contadino, coltivato con passione e con cura COSTA DI PIÙ di quello comprato al discount.
Negli ultimi tre anni i gruppi di acquisto sono raddoppiati, questo è parzialmente vero anche da noi, ma nell’ultimo anno, all’aggravarsi della crisi, io ho visto un notevole calo di partecipazione. Mi viene in mente l’ultima festa Intergas, molto ‘intima’, diciamo.
Crescono le partite iva del settore agricolo (+ 14,3%), nascono idee imprenditoriali come le agrigelaterie e i birrifici agricoli  gli imprenditori under 30 sono numerosi coloro che invece di fuggire dall’azienda agricola di famiglia, decidono di restare.

Tutti questi dati io li vedo come una risposta alla perdita di lavoro. Da ammirare, certo, ma non mi sembra il caso di stappare lo champagne. D’accordo, non bisogna seminare il panico, ed essere pessimisti è controproducente. Però non credo che negare la verità sia utile.
La crisi c’è, la recessione c’è, e la decrescita in atto è tutt’altro che felice. Dobbiamo prenderne atto e alimentare i meccanismi di coesione sociale, perché solo stando insieme e facendo qualcosa di costruttivo possiamo dominare le ansie e le paure che questa situazione da futuro incerto ci provoca.
Possiamo contrastare la crisi, anche quella dentro di noi, con iniziative tipo gli orti collettivi, http://www.quarei.it/matonele/?tag=orti-collettivi, o il nascente gruppo per l’autoproduzione nato nell’intergas, non certo gridando ai quattro venti che va tutto bene.

 Pamela Pelatelli scrive:

Cambia la spesa e crescono le opportunita’ di lavoro per i giovani
Cosa hai comprato oggi? A questa domanda gli italiani hanno risposto in modo molto simile per alcuni decenni. Il contenuto presente nella busta della spesa, in genere, prevedeva pacchetti e pacchettini, surgelati e scatolame vario comprato presso la grande distribuzione, correndo tra i banconi, cercando di tenere a bada i bambini e sperando di aver speso poco. Fino a poco tempo fa, gli economisti leggevano il costo della spesa alimentare come un parametro di sviluppo:meno spendevi per il cibo e più era avanzato il tuo Paese.

Aberrazioni da modello industriale liberista sulle quali tuttavia la nostra società post-bellica si è fondata e sulla quale ha radicato gran parte delle proprie credenze. Quelle stesse credenze oggi sono in crisi e a testimoniarlo non è soltanto la curva di oscillazione delle borse, ma anche la borsa della spesa.

L’inizio del 2012 registra un deciso calo nella spesa alimentare, confermando la tendenza individuata a partire dallo scorso anno: per il primo trimestre si parla di -2%. Ciò non significa però che mangiamo di meno. Semplicemente, variamo di più le nostri fonti di acquisto. Accanto a un grande supermercato che perde clienti, c’è un G.A.S. che aggiunge un membro alla sua lista, una cooperativa agricola che accoglie una famiglia in più nel suo negozio o un servizio a domicilio che registra un ulteriore pacco da consegnare. Fioriscono le forme alternative di accesso al cibo: quello buono però, quello fatto crescere da un contadino, coltivato con passione e con cura.

Negli ultimi tre anni i gruppi di acquisto sono raddoppiati, le consegne a domicilio hanno registrato un aumento del 3,4% e 9 milioni sono gli italiani che si sono serviti presso i produttori o i banchi dei mercati Campagna Amica. Il dato complessivo segna un aumento delle vendite nel settore agricolo-alimentare del 43% su base annua. Sono numeri diffusi da Coldiretti nel corso del mese di maggio, a cui hanno fatto subito eco una serie di ulteriori statistiche che guardano al fenomeno dal punto di vista del produttore.

Crescono le partite iva del settore agricolo (+ 14,3%), il doppio rispetto alla media nazionale; nascono idee imprenditoriali come le agrigelaterie e i birrifici agricoli e in alcuni casi si diversifica la produzione per trovare nuove opportunità di crescita: così, dalle spezie e dagli estratti vegetali si decide di ricavare e vendere detersivi e prodotti per l’igiene oppure alla vocazione produttiva si aggiungono attività di didattica, ristorazione o turismo.

Risultato: sono quasi dieci mila le aziende agricole nate nel corso dei primi quattro mesi dell’anno. Tra queste, gli imprenditori under 30 sono numerosi e si vanno ad aggiungere ai 61mila che già compongono il panorama nazionale dell’imprenditoria giovanile riservata a questo settore. Come si muovono? Fiutano le opportunità presenti nella vendita diretta (42%), investono nelle agroenergie (24%) e nell’ agriturismo (18%). In genere ne ricavano ottimi risultati: il 40% ha visto il proprio fatturato crescere nel corso dell’ultimo anno, il 33% è in fase di espansione aziendale e il 50% ha ottenuto certificazioni di qualità. Il 13% delle aziende agricole guidate da giovani (contro una media nazionale dell’8%) ha anche venduto i propri prodotti oltre confine e il 25% ha deciso di rinnovare l’impresa nei prossimi tre anni.

A questi si aggiungono coloro che invece di fuggire dall’azienda agricola di famiglia, decidono di restare. Il rifiuto culturale nei confronti della campagna che in larga parte ha caratterizzato lo spopolamento dei nostri territori oggi sembra fare una marcia indietro. Lo conferma anche Toni De Amicis, direttore generale della fondazione Campagna Amica. Intervistato da greenMe.it dice “capita sempre più spesso di vedere i figli aiutare i padri nei mercati oppure all’interno delle aziende agricole trovarli a gestire la filiera del prodotto o il controllo della qualità, spesso apportando innovazione e idee”.

L’intuizione di trasformare l’azienda di famiglia specializzata nella produzione di latte in un’agrigelateria è venuta ad Antonietta, la mamma, ma quella di far diventare la fattoria San Pé di Poirino (To) () lo scenario di un festival di musica a base di gelato (invece che di birra) è stata un’idea dei figli che oggi lavorano con lei.

Piero Scalas, 36 anni, ha studiato Economia e ha accumulato un paio di lunghe esperienze lavorative nel mondo della finanza. Quanto basta per voler cambiare vita e decidere di aprire un’attività di consegna a domicilio di prodotti biologici a Torino, Ci penso b’io, che funziona quasi come uno speedy pizza: senza abbonamento, solo a chiamata. E’ sufficiente registrare l’acquisto e in 48 ore la scatola di verdure fresche arriva a casa. Si affida a una cooperativa che gestisce una rete di piccoli produttori del territorio, raccoglie la merce la mattina e consegna tutti i pomeriggi. A Roma, il sistema Zolle in 4 anni è passato da 20 a 1250 consegne: un aumento esponenziale delle richieste che ha portato alla proporzionale assunzione di una decina di persone nell’organico.

Continua a inventare soluzioni anche Campagna Amica che ha da poco inaugurato il suo network di punti vendita di prossimità per la distribuzione diretta del cibo e ora punta a mettere il proprio sigillo anche sulla ristorazione, stimolando la selezione di prodotti provenienti da filiera corta, fornendo così ai produttori nuovi ed adeguati canali di vendita.

“C’è culturalmente una nuova disponibilità dei giovani a relazionarsi con l’agricoltura e a pensarsi con l’agricoltura – ha recentemente dichiarato il ministro Catania nel corso di una lectio magistralis tenuta presso l’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Delle sue parole ha avuto ulteriore conferma quando una platea gremita lo accolto nell’ambito dell’Assemblea Nazionale dei Giovani della Coldiretti che si è svolta il 17 maggio a Roma.

Al grido di “immaginate che cosa potremmo realizzare se voi ministri osaste un po’ di più”, frase pronunciata dal delegato nazionale Vittorio Sangiorgio, l’incontro non è stato solo un’occasione per mettere sulla scrivania del ministro i positivi dati raccolti dalla ricerca Coldiretti/SWG, ma anche un momento di confronto in cui chiedere di favorire le opportunità che in questa fase storica la terra e soprattutto una terra ricca come quella italiana mette a disposizione.

Nel corso dell’incontro è stato condiviso il primo manifesto “Giovani per l’Italia” all’interno del quale si sintetizzano una serie di suggerimenti atti a incentivare lo spostamento di nuova forza lavoro verso la terra. Tra i principali punti elencati ci sono: più credito ai giovani agricoltori, meno burocrazia, supporto alla filiera corta, investimenti in ricerca per smascherare le contraffazioni e tutelare il Made in Italy, coinvolgimento delle imprese nei processi di formazione.

Idee che devono trovare forza e coerenza all’interno della futura Politica Agricola Comunitaria che proprio in questi mesi tiene banco in Europa. Lì, tra emendamenti e proposte di maggiorazione dei finanziamenti per le imprese aperte da giovani, si giocherà una buona parte della partita.

Pubblicato in Decrescita, gruppi di acquisto solidale, Riflessioni
5 comments on “Decrescita felice?
  1. Marta Ferretti scrive:

    Ti ringrazio Antonio per aver rilanciato il confronto.

  2. francesco badalini scrive:

    Dibattito molto interessante Antonio.
    Alcuni brevi appunti. Chi osanna il modello industriale e neo-coloniale ignora che ciò non ha risolto per nulla i problemi di povertà e inadirimento dei suoli, ma semmai ha aggravato le condizioni negative. I problemi della fame nel mondo sono rimasti e si sono cancretizzati nelle società del sud del mondo.
    Oltre ciò la contrapposizione di chi sostiene che la (presunta) “decrescita spontanea della società” sia positiva presuppone un punto di vista perlomeno, confuso. La Decrescita non può essere spontanea. Deve essere una decrescita mirata e programmata del pil (leggi il testo meno e meglio) per essere efficace, Confondere Decrescita con recessione crea allarme e confusione. Sarebbe come mettere sullo stesso piano una persona colpita da anoressia e un’altra che sceglie di effettuare una cura dimagrante controllata e salutare: non sono la stessa cosa. Sinora ciò che è stato programmato con metodicità è la sovrapproduzione, idea folle che non può che portare ad una crisi di sistema a lungo andare. Nino Galloni, economista e funzionario di stato, qui http://www.youtube.com/watch?v=t_ssGy0LXo0 spiega come l’eccesso di produzione rispetto alla domanda sia iniziato fin dagli anni ’20.
    Un caro saluto,
    Francesco.

  3. Luca Salvi scrive:

    Spesso, anche in questo articolo, si usa il termine decrescita in maniera imprecisa, confondendola con la recessione. Condivido l’esempio di francesco, che è simile a quello che fa sempre Pallante: fra decrescita e recessione c’è la stessa differenza esistente fra chi si mette a dieta per stare meglio e chi vorrebbe mangiare ma non ha cibo. Il primo digiuna per libra scelta per stare meglio ed è felice, il secondo è infelice perchè vorrebbe mangire ma gli manca il pane! La Decrescita Felice rappresenta una via di uscita concreta dalla crisi e consente di creare molti posti di lavoro utili, come spiegato in questo fondamentale manifesto-appello che andrebbe inviato a tutti i politici e mass-media: SPOSTARE LA PRIORITA’ DALLA CRESCITA DEL PIL ALLA CRESCITA DELL’OCCUPAZIONE UTILE
    http://decrescitafelice.it/2012/05/spostare-la-priorita-dalla-crescita-del-pil-alla-crescita-delloccupazione-in-lavori-utili-una-proposta-concreta/

  4. antonio scrive:

    Sarebbe un argomento che merita da se un approfondimento che non può essere rappresentato da qualche commento scambiato così su un sito.
    Oramai stanno diventando poco credibili le promesse e gli ottimismi che abbiamo visto negli anni scorsi sull’uscita da questa crisi, basta leggere il sole 24 ore che adesso chiama questa crisi “la grande crisi” e di anno in anno vediamo spostare in avanti la previsione di uscita, ma in questa situazione c’è la vita di migliaia di persone che viene sconquassata.
    Di fronte al dramma personale di altri esseri umani non credo faccia bene presentarsi sostenendo che si ha la soluzione in tasca, far decrescere una società enormemente complessa come la nostra, fortemente legata all’economia globalizzata, credo che nessuno sia in grado di prevedere come possa avvenire o come possa essere governata senza creare “effetti collaterali drammatici”.
    A questo proposito cito nuovamente Dmitry Orlov come ho fatto in questo articolo http://www.quarei.it/matonele/?p=3822, l’autore sostiene che la speranza in una possibile riduzione progressiva del bisogno di petrolio senza rischi di collasso è poco realistica, riporto questa battuta (…) La fine della crescita è imponderabile; comincia a parlarne e vedrai che improvvisamente tutti decidono che è ora di pranzo e cominciano ad ordinare da bere. (…).
    Questo non significa che personalmente non credo alla decrescita, anzi la ritengo l’unica via sensata, è da trent’anni che cerco nel mio piccolo di decrescere, ma temo che i passaggi che ci aspettano non siano riducibili e semplificabili come vedo fare spesso, così c’è il rischio di perdere di credibilità. L’umanità in questi ultimi secoli ha disimparato ad essere umile e prudente, non dobbiamo cadere nello stesso errore anche noi.
    Sono tempi difficili, stiamo partecipando volenti a o nolenti a un cambiamento epocale, forse il maggior cambiamento mai avvenuto nella storia degli esseri umani, proprio per questo credo fortemente che il vero cambiamento dovrà essere prima di tutto culturale, altrimenti la maggior parte delle persone saranno disposte a tutto pur di cercare di mantenere lo status quo, per esempio sto utilizzando la bicicletta per quasi tutti i miei spostamenti e se mi guardo attorno quello che vedo è che la bicicletta viene vissuta come un impiccio, con la cultura attuale temo sia più probabile una rivolta popolare contro un rincaro degli idrocarburi piuttosto che il formarsi di un movimento esteso a sostegno della mobilità sostenibile.
    E’ un lavoro lungo e faticoso quello che ci aspetta.

  5. sergio maggi scrive:

    segnalo, da leggere, Basta il giusto (quanto e quando) Lettera ad uno studente sulla società della sufficenza.
    di Andrea Segrè edizioni Altreconomia euro 7,oo
    un libretto chiaro ed istruttivo per tutti nel tempo attuale. saluti s.

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