Valori e decrescita

Rivoluzione copernicana della politica o puro esercizio spirituale da parte di un’elite? Uovo di colombo che apre nuove prospettive per  l’economia mondiale, o antidepressivo sociale per intellettuali sgomenti di fronte all’aggressività del neo-liberismo? La decrescita felice fa i conti con la recessione,  e fioccano le polemiche.

Suscita scalpore un dossier sulla decrescita pubblicato sulla rivista ‘Valori’, edita da Banca Etica, di cui linkiamo l’editoriale proveniente direttamente dalla tastiera di Andrea Di Stefano, direttore della testata.

Caso vuole (ma forse non è stato completamente un caso…) che il dossier arrivi a ridosso dell’appena concluso convegno internazionale sulla decrescita a Venezia. La replica di autorevoli esponenti del mondo della decrescita è stata rapida e stizzita.

Siamo da sempre consci dei limiti del nostro pianeta, e vicini ai vari movimenti della decrescita (che spesso non sono, ahinoi, molto vicini tra loro), ma abbiamo riscontrato anche noi una certa distanza della teoria dalla realtà.

Più volte abbiamo cercato di sollecitare i decrescenti a una discussione sulle pratiche concrete in occasione di particolari situazioni (vedi qui e qui), ma ne abbiamo ottenuto risposte sempre non soddisfacenti.

Ci piacerebbe sentire la vostra opinione.

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16 comments on “Valori e decrescita
  1. loretta scrive:

    Credo che, come tutti i concetti astratti, anche quello di decrescita andrebbe confrontato con la realtà. E in realtà, la decrescita è tutt’altro che volontaria e felice: mica aspetta che ognuno di noi 7,5 miliardi ci arrivi da solo.

    Per molti umani, oggi completamente dipendenti dal sistema capitalistico, la decrescita è un dramma, altro che felice!

    • Antonio scrive:

      Vabbè, però Di Stefano mi sembra sia andato giù un po pesante o sbaglio?

      • Michele Bottari scrive:

        Ci è andato giù pesante, è stato provocatorio, ma secondo me ha ragione da vendere.

        Io purtroppo sono poco incline a tenere alto il morale della truppa a tutti i costi, e la verità mi fa tutt’altro che schifo. Mi piacerebbe chiedere ai decrescenti cosa significa decrescita per i disoccupati, i senza tetto, gli abitanti del sud e della periferia del mondo, vale a dire la maggioranza dell’umanità.

        È una domanda che, con toni meno duri, abbiamo rivolto anche noi e le risposte sono sempre state del tipo: se non è felice, non è decrescita.

        Certo, lo sapevo già: ma la crisi, come la affrontiamo?

        • Lucio scrive:

          Abbiamo tutti espresso dubbi sui toni ottimistici, a volte addirittura entusiastici,
          sulla decrescita ma da quello a paragonarla ad un Prozac sociale credo che ne passi.
          Da questo punto di vista ci sono antidepressivi molto più potenti: la tv, il calcio, l’ultimo iphone….

          Mi domando poi dove può portare questa polemica.
          Sono stato al convegno Venezia e, forse a causa della pioggia, si respirava un clima piuttosto deprimente, appunto.

          Credo che tutti siamo d’accordo che se l’umanità su questo pianeta vuole sperare di avere un futuro bisogna ridurre drasticamente l’utilizzo delle risorse naturali. Come farlo in questa situazione sociale ed economica è chiaramente estremamente complicato, ma non possiamo continuamente scannarci tra quelli che quantomeno sollevano il problema quando abbiamo di fronte un sistema di potere fortissimo che per continuare a fare soldi continua a negarlo.

          Insomma di queste posizioni che fanno a fare le pulci a chi pone un problema e cerca, con tutti i limiti, di trovare soluzioni personalmente sono stufo.

          E nel caso di Banca Etica non vorrei che tutto questo servisse a depistare dalle critiche venute da più parti su quello che poteva essere e non è stato.

          • Michele Bottari scrive:

            C’è un problema di politica generale: lo sviluppo non è sostenibile. Su questo siamo d’accordo noi, i decrescenti e gli scienziati (dal Club di Roma a Kyoto). Contrari: gli economisti, gli industriali, i sindacati e il resto del mondo. Ma i decrescenti sembrano voler andare per la loro strada.

            > Mi domando poi dove può portare questa polemica.

            Io un’idea ce l’avrei: a stanare i decrescenti e a farli uscire dalla loro arcadia dorata fatta di rinunce volontarie e soddisfacenti.

            Per la maggior parte del mondo sopravvivere è già un problema. Per molti è un problema soltanto psicologico, ma per moltissimi è un fatto eminentemente materiale. Chi glielo va a dire che devono decrescere?

            Ritengo utopico cercare di convincere l’intera umanità che è bello essere sobri, mentre la politica si trova di fronte a decisioni come incentivare la produzione di auto, cementificare il territorio, stimolare i consumi a debito.

            > E nel caso di Banca Etica non vorrei che tutto questo servisse a depistare
            > dalle critiche
            > venute da più parti su quello che poteva essere e non è stato.

            Conosco personalmente Andrea Di Stefano, e posso mettere la mano sul fuoco sul fatto che:
            a. non è un portavoce della banca
            b. è abbastanza indipendente per prendere iniziative al di fuori del controllo della banca. Piuttosto che prendere ordini, si dimette.

            Conosco personalmente anche alcuni dirigenti della banca per poter affermare con certezza che tutto avrebbero fatto tranne cercar di irritare i decrescenti, che costituiscono, temo, una grossa fetta del capitale sociale. Escluderei quindi l’ipotesi del complotto plutocratico per mascherare l’inattività della banca.

  2. antonio scrive:

    anche il quotidiano Repubblica a modo suo parla di decrescita: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2012/09/21/se-crescere-antieconomico.html?ref=search
    Nell’articolo ci sono molte cose discutibili ma cito un passaggio interessante: “la mancanza di crescita economica ha in genere stimolato movimenti di xenofobia, risentimenti sociali e svolte radicali a destra”, lo stiamo vedendo anche da noi in questo periodo o no?
    Anche questa è una questione che va tenuta bene in considerazione, è un pericolo ben reale.
    Certo che come ci hanno fatto osservare su questo sito in commenti ad articoli precedenti la decrescita felice è un’altra cosa e in passato non c’è mai stata , ma a fronte di una umanità che in questi ultimi decenni si è abituata a tutto e di più, a non rinunciare a nulla e ad avere aspettative sempre maggiori, cosa provocherà una forte riduzione di disponibilità di beni vari?
    Difficile credere che tutto possa andare liscio come il velluto.

  3. Vincenzo Genovese scrive:

    IL SOTTOSVILUPPO E’ UN DRAMMA NON LA DECRESCITA

  4. Luca Salvi scrive:

    Sono socio di Banca Etica e faccio parte di MDF (Movimento per la Decrescita Felice). Non si è mai parlato tanto della tematiche della decrescita come in questi utlimi tempi, il che mi fa piacere. Spesso però chi parla di decrescita la confonde con recessione, che è una cosa completamente diversa. La decrescita felice è una scelta libera, volontaria e consapevole. La recessione è una cosa che si subisce, che fa soffrire e rende infelice tanta gente. Altri criticano la decrescita ma in realtà criticano la loro idea distorta di decrescita attribuendoci pensieri o cose che non abbiamo mai detto, e Valori questo ha fatto: non ha parlato della decrescita ma ne ha fatto una caricatura. E’ lecito criticare ma non insultare e offendere parlando di “Prozac sociale, movimento di destra legato alla massoneria o di medioevo tecnologico”. Infatti Andrea Di Stefano è stato molto criticato da tanti soci di Banca Etica ed esprime opinioni sue personali e piuttosto distorte sull’argomento, che evidentemente non lo appassiona. Per quanto riguarda le risposte concrete che la decrescita può fornire per uscire dalla crisi e creare nuovi posti di lavoro UTILI rimando a questo fondamentale documento-manifesto-appello che stiamo cercando di promuovere a tutti i livelli da mesi:
    SPOSTARE LA PRIORITA’ DALLA CRESCITA DEL PIL ALLA CRESCITA DELL’OCCUPAZIONE IN LAVORI UTILI: UNA PROPOSTA CONCRETA
    http://decrescitafelice.it/2012/05/spostare-la-priorita-dalla-crescita-del-pil-alla-crescita-delloccupazione-in-lavori-utili-una-proposta-concreta/

    • Michele scrive:

      L’articolo che hai segnalato non mi convince. Mi sembrano tutti discorsi campati per aria. Condivisibili, ci mancherebbe: come potrei non essere d’accordo con il sostituire i cantieri della TAV in Valsusa con la coibentazione delle scuole e degli ospedali? C’era un certo Catalano che, ai tempi di ‘Quelli della notte’, pontificava con massime di questo tipo.

      Ma aldilà di queste banalità, occorre interrogarsi su questioni più scottanti: che si fa con un sistema produttivo interamente basato sulla mobilità in automobile? Si converte l’intera produzione da autoveicoli a pinoli per l’industria dolciaria? E a chi li diamo, tutti questi pinoli? E nel frattempo, cosa facciamo degli operai e delle loro famiglie?

      Cosa facciamo di fronte a crisi strutturali come quelle del petrolchimico di Marghera? Convertiamo tutto a canapa, come auspicano i Pitura Freska? Io non ho visto insulti e offese nel servizio di ‘Valori’. Solo una presa d’atto che la realtà è piuttosto cruda e andrebbe affrontata, anche nel breve e nel medio termine.

      Io non confondo decrescita con recessione, anche perché la recessione esiste, mentre la decrescita è un costrutto artificiale che alberga nelle nostre teste (sì, anche nella mia).

  5. Luca Salvi scrive:

    Caro Michele, hai ragione, noi di MDF diciamo delle cose ovvie e di buon senso, non occorre essere dei geni per capire che è meglio una casa ben costruita di una mal costruita! Ma allora perchè fino ad oggi le hanno costruite male, come dei colabrodi? Se è tutto così semplice e banale e se siamo tutti d’accordo, perchè nessuno propone e ben pochi si battono perchè la politica economica e industriale del nostro paese cambi in tale senso? Il pensiero della decrescita non mi pare affatto banale, perchè smonta dei luoghi comuni che sono incredibilmente radicati nell’immaginario collettivo (ad esempio l’equazione fra benessere e aumento del PIL). Tu chiedi cosa ne facciamo dell’automobile e di tutte queste industrie? Per quanto riguarda l’automobile, già due anni fa noi avevamo lanciato questo appello: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/09/sviluppo-industriale-e-rispetto-per-lambiente-lappello-a-napolitano/58524/
    Chiedi poi cosa ne facciamo degli operai di Marghera oppure dell’Alcoa, dell’Ilva e dei tanti altri distretti industriali in crisi? Bella domanda, a cui i nostri politici e imprenditori non sanno dare una risposta. Facciamo l’esempio della Sardegna: occorre riflettere non soltanto sui lavoratori a rischio disoccupazione ma anche sul fatto che essi sono impiegati in attività industriali inquinanti e dannose per la loro stessa salute mentre la Sardegna, bellissima isola in mezzo al Mediterraneo con un clima stupendo, produce solo il 12 per cento di ciò che i suoi abitanti (1 milione 800 mila) mangiano. Tutto il resto viene comprato da fuori. Se si facesse la scelta strategica dell’autosufficienza alimentare (ed energetica) quante decine di migliaia di posti di lavoro utili si potrebbero creare? Un Governo, uno Stato, una nuova classe politica, economica e imprenditoriale capaci di promuovere e perseguire una nuova politica economica ed industriale così orientata potrebbero trovare le risposte da dare ai lavoratori dell’Alcoa, della Carbosulcis, ma anche dell’ILVA, della FIAT e di tutti quei settori economici ed industriali che sono così duramente colpiti dalla crisi. Potrà sembrarti banale ma è semplice buon senso, anche se la transizione non sarà affatto semplice nè tantomeno indolore…

    • Michele scrive:

      Luca scrive:

      Ma allora perché fino ad oggi le hanno costruite male, come dei colabrodi? Se è tutto così semplice e banale e se siamo tutti d’accordo, perché nessuno propone e ben pochi si battono perché la politica economica e industriale del nostro paese cambi in tale senso?

      Perché nella parte più industrializzata del mondo vigono sistemi cosiddetti democratici, in cui gruppi di potere influenzano l’opinione pubblica con sistemi spesso discutibili. Purtroppo il mondo sta andando nella direzione opposta a quella logica: liberalizzazioni (anche e soprattutto dei beni comuni), devastazione del territorio, incentivi al consumismo, egoismo totale. In questo contesto, se una minoranza decide di ‘invertire la rotta’ deve essere consapevole che ciò potrà non avere effetti pratici.

      Luca scrive:

      Per quanto riguarda l’automobile, già due anni fa noi avevamo lanciato questo appello: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/09/09/sviluppo-industriale-e-rispetto-per-lambiente-lappello-a-napolitano/58524/

      Ricordo bene quell’appello: già allora sottolineai il fatto che il gruppo Volkswagen, preso a esempio virtuoso, è uno dei maggiori produttori mondiali di SUV, auto che con la decrescita hanno poco a che fare. Marchionne forse ascoltò il vostro appello e imitò la Volkswagen: ora anche il gruppo FIAT produce SUV .

      Questo è un buon esempio di come la realtà sia più complessa e articolata di quanto si cerchi, per comprensibili ragioni di scuderia, di far credere. Perché non lo diciamo apertamente? Perché prendiamo delle critiche oneste e trasparenti come fossero attacchi frontali e proditori?

      Luca scrive:

      …la transizione non sarà affatto semplice nè tantomeno indolore…

      Su questo sono d’accordo.

  6. Luca Salvi scrive:

    Dimenticavo: sai meglio di me che la decrescita non è un costrutto artificiale ma è una proposta politica e culturale e anche una scelta e uno stile di vita che ognuno può liberamente praticare.
    Per quanto riguarda i sistemi industriali, forse è davvero il caso di cambiare modello:
    http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2012/09/25/Ilva-operai-salgono-60-mt-passerelle-altoforno-_7531145.html
    Visti questi disastri,, perchè non tornare al settore primario e alla terra? Quasi quasi, potrebbe tornare buona anche l’idea della canapa…ci puoi fare un sacco di cose utili: tessuti, cordami, olio, biomassa, materiale per coibentazione… con il grande pregio di non essere cancerogena!!! :)

  7. antonio scrive:

    forse è bene fare una premessa, le persone che animano questo sito parlano di decrescita da anni, prima che questa parola diventasse così citata come ora. In altre parole non siamo contro all’idea e alla necessità di decrescere anzi.
    Fra di noi anni fa si diceva che la decrescita è obbligatoria, non sarà una scelta, e ci stiamo avvicinando.
    Se abbiamo una posizione critica è perchè riteniamo che si usino toni enfatici e troppo semplicistici rispetto alla complessità del modello socio/economico in cui viviamo e che bene o male per ora ci da da mangiare a quasi tutti (qui da noi).
    Può andar bene parlare di canapa al posto del polo petrolchimico di Marghera, ma se lo facciamo così per gioco, per romanticismo, ma se lo dico con l’intenzione di essere preso sul serio è un’altro discorso, guardiamo un attimo a quello che sta succedendo all’Alcoa di Porto Vesme in Sardegna o all’Ilva di Taranto, sono gli operai che chiedono di tenere aperte quelle industrie devastanti, del resto rischiano di restare senza un lavoro in zone dove non se ne trova, che alternativa siamo in grado veramente di proporre?
    Purtroppo la realtà non è così semplificabile, pensa solo al nostro territorio, fino a inizio 900 era un luogo da dove partivano emigranti, partivano perchè si faceva la fame, ora come siamo messi? Abbiamo perso una buona fetta di terreni agricoli grazie a strade, autostrade, centri commerciali, nuove urbanizzazioni, zone industriali o artigianali, parcheggi e così via distruggendo territorio. Nel frattempo sono aumentati e di molto gli abitanti. Con questi preamboli è proponibile un ritorno all’agricoltura precedente alla sua industrializzazione?
    Difficile proporlo, ma purtroppo con l’aumento del prezzo dei derivati del petrolio prima o poi saremo spinti proprio in quella direzione, e anche se sono convinto che umanamente sia più appagante coltivare la terra che fare l’impiegato o simili, ho bisogno di sapere che mangerò tutti i giorni, altrimenti le preoccupazioni rischiano di superare la godibilità di una vita più semplice.
    Come hai scritto tu …la transizione non sarà affatto semplice nè tantomeno indolore…
    Vi propongo questo link che mi ha segnalato un’amica:
    http://www.aiccon.it/ricerca_scheda.cfm?wid=280&archivio=C

  8. Luca Salvi scrive:

    Caro Antonio, ti ringrazio e ringrazio anche Michele, che conosco e apprezzo. Vi assicuro che le vostre critiche non le considero assolutamente degli attacchi frontali e proditori ed anzi trovo utile e stimolante questo confronto. Dico solo che l’attuale sistema di potere ci sta portando al disastro e NON ha risposte da dare agli operai dell’Alcoa o dell’Ilva, giustamente angosciati dall’idea di perdere il loro lavoro, anche a scapito della loro salute. Credo che la decrescita felice, la finanza etica, l’economia civile, solidale, di comunione, del bene comune, i GAS, insomma tutto il variegato mondo dell’altra economia siano in cammino, in ricerca ma indicano sicuramente un’alternativa possibile. Siamo una minoranza, è vero, ma a volte sono le minoranze che fanno la storia. Siamo d’accordo che la transizione non sarà semplice nè indolore: cerchiamo quantomeno di attutire il colpo…
    Quanto all’articolo di Stefano Zamagni, ti ringrazio della segnalazione ma non mi era sfuggito e gli ho anche già risposto sul sito Finansol.it:
    http://www.finansol.it/?p=6764&cpage=1#comment-10072

  9. stefano scrive:

    Siamo tutti d’accordo sull’obbiettivo della decrescita. Il problema è come arrivarci. Perchè sia felice deve essere scelta liberamente da ciascuno. Perché ciò avvenga si deve arrivare a considerare il lavoro non come mezzo per ottenere un reddito, ma per produrre in modo sensato e razionale ciò che serve per i bisogni umani. Ciò che oggi spinge la crescita è il bisogno di occupazione, ma così si produce in eccesso rispetto ai reali bisogni.E dato che per produrre ciò che serve per tutti oggi occorre poca manodopera, bisogna pensare al diritto per ogni essere umano al soddisfacimento dei bisogni essenziali attraverso un reddito incondizionato di base. Allora potrebbero tranquillamente chiudere le fabbriche dannose e inquinanti. Questo si relizzerebbe dal basso per il fatto che nessuno andrebbe a lavorarci, potendo scegliere liberamente non spinto dal bisogno di reddito. Per ottenere le risorse per il reddito base basta introdurre la fiscalità monetaria nella misura dell’8 % annuo, in sostituzione di tutte le attuali tasse. La fiscalità monetaria, tra i numerosi vantaggi che qui non c’è spazio per approfondire, risolverebbe anche il problema della continua proliferazione finanziaria, causa principale della continua necessità di aumento della produzione spinta dagli investimenti dei capitali che vogliono crescere per dare profitto ai risparmiatori e inducono continui aumenti dei prezzi con conseguente perdita del potere d’acquisto dele denaro, impoverimento di chi lavora e arricchimento di chi vive di rendita finanziaria. OGGI LA DECRESCITA STA GIA’ AVVENENDO. LE AZIENDE STANNO CHIUDENDO UNA DOPO L’ALTRA. MA QUESTO CONDUCE ALLA MISERIA GENERALE. LA DECRESCITA FELICE AVVERRA’ SOLO QUANDO OGNI ESSERE UMANO SARA’ TUTELATO NEL SUO DIRITTO ALLA VITA E POTRA’ LIBERAMENTE SCEGLIERE IL SUO POSTO NELLA VITA SOCIALE. LAVORERA’ NEL MODO CHE RITERRA’ PIU’ CONVENIENTE PER SE’ E PER LA COMUNITA’, SECONDO I REALI BISOGNI. QUANDO NON CI SARA’ PIU’ IL RICATTO DEL BISOGNO PERSONALE DI DENARO, SOLO ALLORA SI INSTAURERANNO GIUSTE RELAZIONI TRA EGUALI. LA SEMPLICITA’ DI QUESTE DUE MISURE, FISCALITA’ MONETARIA E REDDITO BASE, CONSENTIREBBE DI REALIZZARLE IN BREVISSIMO TEMPO. BASTA VOLERLO.

  10. antonio scrive:

    mi dispiace Stefano, pur capendo che a te queste teorie fanno pensare che possano essere la soluzione e che la cosa ti appassioni, per me non riesco proprio a trovarle credibili.

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