Quel giorno di Nassirya

km shek2Pubblichiamo una lettera scritta da Carlo referente della Rete di Economia Solidale delle Puglia.
Per riflettere e far riflettere su quei tristi avvenimenti distorti dalla retorica militarista che tutti i media acclamano, per non accettare supinamente le logiche della violenza e credere ancora e nonostante tutto che un mondo migliore è possibile, partendo dal saper ascoltare chi ci hanno insegnato a riconoscere come diverso da noi e a giudicarlo come nemico.
QUEL GIORNO DI NASSIRYA…..
Il 12 novembre 2003 ero in Libano, su un progetto di cooperazione internazionale nell’area drusa, a Kfar Matta per la ricostruzione di uno dei tanti frantoi distrutti dalla guerra civile. Quel giorno cominciavamo la campagna olearia nel nuovo frantoio, dopo una mattinata di lavoro, verso mezzogiorno ci eravamo seduti fuori intorno a un fuoco per mangiare qualcosa e sorseggiare il classico caffè al cardamomo. Una radiolina mandava musica e notizie, ad un certo punto notai che Stphanie (la mia collaboratrice libanese), Hammad e lo shek alzarono il volume e rimasero in silenzio ascoltando attentamente quelle parole a me incomprensibili. Chiesi a Stephanie che stava succedendo e dalle sue parole seppi dell’attentato in Iraq. La zona dove mi trovavo era verso il confine con la Siria, poco più in là c’era Baghdad e il territorio iracheno martoriato da guerre e invasioni…In quei giorni, dopo l’operazione “IRAQ FREEDOM” (col falso storico delle prove contro l’arsenale irakeno) era in pieno svolgimento la campagna “ENDURING FREEDOM” (LIBERTA’ DURATURA) che sarebbe poi diventata “ENFORCING PEACE” (FAR RISPETTARE LA PACE). Lo shek (una specie di autorità del villaggio, figura carismatica e di saggezza riconosciuta da tutti) dopo qualche minuto di silenzio, aggiustando il fuoco col suo bastone, disse qualcosa in arabo; capì che quel commento in qualche modo m’interessava e chiesi alla mia preziosa collaboratrice cosa diceva. Col suo italiano perfetto (ma conosceva anche inglese, francese, arabo e armeno, essendo questa la sua matrice originaria), Stephanie mi disse ch’era un antico proverbio locale il cui significato era: MEGLIO LA CRUSCA SARACENA CHE IL GRANO DEI CRISTIANI. Incrocia il volto dell’anziano responsabile del frantoi, ci guardammo un lungo attimo negli occhi, senza odio e senza rancore. Capì che quel suo commento non era contro (l’Italia o gli italiani), piuttosto era un’amara constatazione…. nessuna libertà imposta e nessuna pace armata possono far diventare dolce il piatto altrui…..la guerra è sempre una sconfitta, ancora peggio quella che vuole democratizzare le coscienze altrui….il vecchio shek era sinceramente dispiaciuto dell’attentato e non se ne rallegrava, col mio inglese accademico e con l’aiuto di Stephanie continuammo a parlare di quell’attentato e del dolore di quelle vite umane sacrificate sullo scacchiere di interessi geopolitici e strategici che con la libertà del popolo iracheno avevano e hanno poco a che fare…così come l’eversione degli attentati terroristici avevano e hanno poco a che fare con l’islam….l’autodeterminazione di un popolo è un lungo cammino che non può essere imposta con le armi di altri….tornando a Beirut quella sera del 12 novembre 2003 feci memoria di quell’ignobile strage, feci memoria anche della parole del mio amico shek…..
Carlo Mileti
Pubblicato in Attualità, pace, Riflessioni

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