Cambiamento dall’alto o dal basso?

estevaVi segnalo un articolo interessante di Gustavo Esteva (dal sito: camminardomandando) che parla di un argomento sul quale abbiamo discusso all’infinito, come affrontare problemi a livello nazionale o addirittura internazionale che influiscono pesantemente sulle nostre vite?
La risposta di alcuni è: “dobbiamo raggiungere la massa critica in modo da poter influenzare chi gestisce il potere“.
Ma l’attesa, o l’illusione dirà qualcun altro, di poter mettere le persone giuste al posto giusto e che tutto fili liscio per il meglio, alla fin fine rischia di essere solo un alibi per non iniziare a cambiare noi stessi.

Alcuni spunti per riflettere:

“Ci troviamo di fronte al collasso della civiltà occidentale. E questo significa diverse cose. La prima è riconoscere (e questa è la cosa più importante) che si tratta di una civiltà patriarcale. Non ci troviamo di fronte soltanto alla fine di 500 anni di colonizzazione, ma anche alla fine di 5.000 anni di patriarcato. 

E questo collasso della civiltà occidentale patriarcale, con la sua forma capitalistica in agonia, mette in pericolo la sopravvivenza della specie umana. Siamo di fronte a una distruzione sistematica e generalizzata di tutte le realtà naturali e sociali del pianeta.

Non rimane altro rimedio, come mezzo di sopravvivenza, che fermare questo orrore. Fortunatamente la gente se n’è resa conto e si sta dedicando a fare esattamente questo. Fino a poco tempo fa, un’immagine illustrava quello che voglio dire. È la vecchia immagine di una barca su cui viaggia tutta l’umanità; questa barca attraversa una tempesta perfetta, la peggiore. Poiché la tempesta è così grave, tutti i politici, tutti gli scienziati, tutti gli intellettuali, tutte le élite stanno nel locale delle macchine e discutono animatamente su cosa fare. I partiti politici litigano per il timone, ma il timone non si riesce a trovare. Impegnati in questa polemica, non si rendono conto che la barca sta affondando.

Ma la gente sta in coperta e vede che la barca affonda. Alcuni, con una reazione tipicamente individualistica, riescono a impadronirsi immediatamente dei pochi salvagente disponibili, e con questi si buttano in acqua e affogano. Il resto della gente in coperta si organizza, forma piccoli gruppi, comunità, che costruiscono zattere con il legno della barca, per allontanarsi dalla barca che sta affondando. Arrivano così a delle belle spiagge, da cui possono veder colare a picco la barca con tutti i dirigenti.

Questa era una bella immagine, ma ormai non funziona più. È vero che la gente, organizzata in piccoli gruppi, sta trovando le maniere di affrontare i problemi, ma il problema reale è che il sistema sta crollando, e ci sta crollando addosso. E lo sta facendo con grandissima violenza.”

E con questo ultimo passaggio riportato dall’articolo Gustavo Esteva ci lascia apparentemente senza speranza, ma poi prosegue:

Una delle cose più importanti è che continuiamo a pensare il modello di rivoluzione tipico del secolo ventesimo”…”Questo modello implica che si prenda il potere e dall’alto si tenti di fare la rivoluzione. Si mobilitano le masse, ma solo perché svolgano alcuni compiti, il lavoro del partito, mentre il lavoro di reale cambiamento si realizza in alto.”…”Però abbiamo scoperto che così non si producono cambiamenti reali. Si produce un cambiamento delle strutture di potere, ma non cambia la condizione reale della gente. In una prospettiva storica possiamo constatare che i cambiamenti profondi, reali, rivoluzionari, avvengono quando è la gente comune, quando sono uomini e donne comuni a realizzare i cambiamenti.

Leggete ne vale la pena, il resto dell’articolo è scaricabile qui.

 

Pubblicato in Riflessioni, Segnalazioni

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