Gruppi di Acquisto Solidale: limiti e speranze

oltre i limitiPremetto che sono un convinto sostenitore dell’esperienza GAS e vi partecipo con impegno, ma nel contempo cerco di avere uno sguardo disincantato, per cercare di vedere il fenomeno anche nei suoi limiti perchè sono anche convinto che solo sapendo guardare con obbiettività è possibile scoprire e aprire nuovi scenari, avviare nuovi percorsi e superare limiti con i quali è bene confrontarsi.

E’  tutto sbagliato ciò che facciamo? Assolutamente no, ma io credo che ci siano possibili miglioramenti tutti ancora da inventare e mettere in pratica. Questo è ciò che cercherò di esprimere senza pretese di avere soluzioni ma solo “visioni possibili”.

Semplifico alcuni passaggi per non scrivere troppo, perché sono tempi questi in cui molti non riescono a leggere più delle poche righe a cui abituano certi social network, per cui “sarò breve”….

La situazione del “mondo” GAS veronese dopo una entusiasmante crescita degli anni passati è ora in stallo, i GAS più attivi riescono a mantenere costante il numero di adesioni ma altri sono in calo e alcuni sono addirittura scomparsi, mentre la nascita di nuovi GAS ha subito praticamente uno stop.

Una delle fragilità che a mio avviso sono emerse all’interno dei GAS è la difficoltà delle persone a vivere relazioni collettive alla pari fra tutti, ma emerge spesso il bisogno inconfessabile di avere un leader, con il risultato che le persone più impegnate si trovano loro malgrado ad essere considerate leader. Conosco almeno due casi di GAS che sono scomparsi a causa del venire a mancare della presenza all’interno del GAS della persona di riferimento.

È un bel problema questo non c’è che dire e ha riflessi ancor più foschi in altri ambiti della società in cui viviamo.

Se guardiamo agli avvenimenti del mondo della politica istituzionale, vediamo che da parecchi anni le maggiori forze politiche, in nome di una efficienza che sta distruggendo un pezzo alla volta il concetto stesso di democrazia, spingono per accentrare i poteri in mano a poche persone e agiscono in modo da svilire le forme di partecipazione civile. Queste forze politiche sono quelle che raccolgono la stragrande maggioranza dei voti, per cui ritengo che alla fin fine sono gli stessi cittadini ad approvare questa deriva autoritaria ed è un bel guaio per noi tutti.

Se guardiamo alla società nel suo complesso va anche peggio, il consumismo ha indebolito gli animi, le persone sono allettate a disimpegnarsi perché c’è il Dio mercato che pensa a tutti i nostri bisogni, addirittura è il mercato stesso a creare nuovi bisogni.

Il consumismo ha favorito una passività che è penetrata come un veleno nelle coscienze delle persone, questo mal-essere tende a togliere vigoria agli esseri umani e a renderli sempre più drogati in ansiosa attesa della prossima dose, l’esperienza GAS mirava a dare una possibile risposta anche a questa mortificante passività e invece anche da noi, anche se in misura minore, emerge questa tendenza a non reagire.

Per quanto riguarda l’espansione numerica dei GAS che si è rallentata, ritengo probabile che siamo vicini alla massima possibilità di raccogliere adesioni nel mondo che ci circonda, i nostri principi e le pratiche hanno un indubbio spessore di contenuti, ma l’attrazione che questi possono esercitare sulle persone della nostra società è limitato a una piccola percentuale che probabilmente abbiamo già saturato o quasi.

Potremo crescere ancora un po ma per me sta diventando evidente che i limiti della possibile espansione del fenomeno GAS così come lo è stato fino ad ora sono raggiunti.

A questo punto però una domanda è d’obbligo: come mai non riusciamo ad attrarre altre persone ad aggregarsi a noi e poi a restare?

we-can-change-the-worldAbbiamo avviato l’esperienza GAS perché volevamo cambiare questo mondo, non ci andava bene di vivere in un mondo dove la disuguaglianza, lo sfruttamento, l’inquinamento, lo spreco, l’individualismo, l’egoismo, la guerra e tutte le forme di violenza erano considerate come conseguenze inevitabili se non addirittura accettabili. Una vocina dentro di noi ci diceva che non era giusto e che non potevamo accettare passivamente tutto questo.

Con questa spinta interiore abbiamo creato un movimento molto interessante perché collega le idee alle semplici pratiche della vita di tutti i giorni come il fare la spesa. Ma evidentemente l’impegno che richiede la partecipazione ad un GAS per uscire dagli schemi del consumismo è vissuto come un appesantimento del vivere, vissuto che è ben lontano da una sensazione di sollievo che potrebbe motivare le persone a aderire e restare.

Cosa è che manca nelle nostre pratiche o cosa è che c’è di così bello nella società che ci circonda che nel confronto rende i GAS meno attraenti?

Sul consumo critico. Credo che da attivisti dovremmo provare a metterci nei panni delle persone non attiviste che nella vita quotidiana si sentono immerse in un mondo che si complica sempre di più, in questo brodo culturale consumista e neoliberista, bombardate da messaggi pubblicitari manipolatori con in sovrappiù la preoccupazione per questa crisi che da anni dicono finirà l’anno prossimo, mentre noi diciamo che è solo l’inizio perché incombono cambiamenti climatici, bolla finanziaria speculativa, distruzione di biodiversità, esaurimento delle risorse, perdita di fertilità dei suoli ecc! Tutto purtroppo vero, ma la reazione è possibile che sia il contrario di quello che desidereremmo, alle persone viene da chiudersi in casa e dedicarsi agli affetti familiari e cercare di non pensare più a niente per non sprofondare nell’angoscia.

Cosa può risvegliare la voglia di impegnarsi, di partecipare a questi esperimenti sociali che io vedo come comunità embrionali, cosa può riportare le persone a riappropriarsi dell’entusiasmo di prendersi in mano la propria vita e incamminarsi con gli altri verso un mondo migliore?

Credo che per trovare una risposta dobbiamo guardare ad altre realtà meno drogate della nostra. Penso sopra tutto alle comunità indigene del Sud America dove emerge sempre di più una visione anzi più visioni che hanno come fattore comune il “buen vivir” (tradotto in vivere bene rischia di perdere il suo senso profondo).

La felicità profonda, la gioia di vivere oramai è evidente che sono sempre più irraggiungibili per i figli delle società legate al mito della crescita infinita. Cosa ci manca e come possiamo fare per recuperare un nuovo senso del vivere su questo unico e meraviglioso pianeta?

Per noi che ci interroghiamo senza la pretesa di avere risposte in tasca e non ci accontentiamo delle frasi fatte, non resta che intraprendere un percorso di ricerca di risposte, di senso e di pratiche che possano portare nuova vitalità e nuova voglia di impegno sociale, a partire da noi stessi e con gioia naturalmente.

girotondoQuesta nuova sfida è aperta, trovare il modo di vivere l’impegno non più con il senso del sacrificio ma con gioia, con la ricerca di un ben-essere integrato nelle pratiche e nelle relazioni e chissà che un giorno non ci troveremo per raccontarci come sono cambiate le nostre esperienze e quali nuovi sentieri siamo riusciti a percorrere.

Completo questa mia condivisione con un altro pensiero, i limiti che ho descritto ritengo che siano diffusi in generale nel mondo dell’impegno sociale, faccio un esempio: perché non si schierano apertamente e con tutto il peso che possono avere le associazioni ambientaliste e altre associazioni di volontariato nazionali quando si parla di TTIP e TISA? Sono accordi internazionali che se vengono ratificati richiederebbero a noi tutti nel futuro prossimo a venire un nuovo impegno estremamente più pesante per riaffermare il nostro diritto di agire per salvaguardare ambiente, salute e diritti per tutti.

Siamo spaccati fra la necessità di portare avanti bene il nostro impegno nell’ambito in cui ogni uno di noi si è sentito più coinvolto, impegno che a volte assorbe tutte le energie disponibili, e la necessità di agire ad un livello globale molto lontano dalle relazioni che coltiviamo e dai problemi specifici dei nostri territori, ma il livello globale rappresenta un pericolo enorme per tutto quanto ci sta a cuore e non possiamo fare ameno di impegnarci anche in questo senso.

Pubblicato in gruppi di acquisto solidale, Riflessioni
5 comments on “Gruppi di Acquisto Solidale: limiti e speranze
  1. antonio scrive:

    “l’acceso dibattito” scaturito dalle mie affermazioni è già un sintomo eloquente, partecipazione e impegno, anche limitato al solo confrontarsi su quello che accade, non sono proprio quello che attrae le persone.
    A ben ripensarci mi rendo conto che ci sono esperienze che sono ben radicate nel nostro quotidiamo e che hanno un loro peso efficace, tutti abbiamo (più o meno) e non in ordine di importanza: una casa con relevisore, frigorifero, lavatrice, lavastoviglie, computer, cellulare dell’ultima o quasi generazione, aria condizionata, automobile e chissà quali altri aggeggi tecnologici, chi è disposto a mettere in discussione tutto questo a favore di una “visione” di ben vivere che probabilmente nessuno ha il ricordo di aver mai sperimentato?
    Eppure credo che nel passato di noi tutte/i ci siano state esperienze di felicità, gioia, profonda serenità, se ci pensiamo quei momenti non dipendevano da nessuno degli oggetti che ho citato, nella mia personale esperienza sono stati momenti fondati su relazioni con altre persone, l’amicizia profonda, l’innamoramento, ma anche con la natura e in alcune esperienze semplicemente con me stesso.
    Ecco io partirei dal ricordo di quei momenti per ripensare a stile di vita economia e altro.

  2. Vincenzo scrive:

    Potrei dire che coloro che partecipano ai GAS non hanno trovato un percorso che li entusiasmi: vedono davanti a loro un mondo che si sgretola e si sono fermati lì a ripetere il gruppo di acquisto. Ma, detta così, è solo una ipotesi teorica.
    Con l’idea di fare qualcosa dove abito e dove pure ho delle radici, mi è venuto di approfondire il movimento delle “Città in transizione”. Ero venuto agli incontri che avevate fatto in Valpolicella e avevo acquistato il Manuale di Rob Hopkins. Lo sto leggendo sia pure in modo non integrale.
    Bene, contiene descrizioni di assemblee, di coinvolgimenti e di processi alle quali vedo impossibile non dare credibilità e fiducia. Questa non è ipotesi, è realtà. Anche l’orto collettivo Orto al Porto è realtà viva e vivace però è dove qualcuno sta dando una svolta alla propria vita. Forse, per entusiasmarci, abbiamo bisogno di lavorare per prospettive più vere e complete. Certo senza illusioni di cambiare il mondo in poco tempo ma dando la nostra energia a percorsi che riconosciamo veri e necessari. Io ho fiducia che del bene che facciamo, niente verrà perso.
    Certo la questione non è semplice perché ha a che fare col nostro equilibrio e, come dici te, occorre “vivere l’impegno non più con il senso del sacrificio ma con gioia”. Infatti, se, per coerenza, ci si impegnasse fino a saltare via noi stessi e i nostri bisogni cadremmo nella depressione con ciò negando senso alla vita. E, allora, perché difenderla se è una ‘vita da cani’?
    Ciao Antonio, ciao tutti Vincenzo

  3. andrea tronchin scrive:

    Il tempo della gioia è finito, ingiustizia, povertà, fame, guerra e devastazione sono sempre più presenti nel nostro quotidiano. Possiamo essere in pace con noi stessi mentre tutto attorno a noi è un grido di dolore che si leva sempre più forte?
    Dobbiamo capire che; o ci salviamo “tutti”o non si salva nessuno.
    Prendiamo atto che per i GAS è finito ill tempo di gemmare, ora è tempo di impollinare.
    Se a Verona c’è un grande senso di stanchezza, poco più in là c’è grande fermento… In mezzo a quel fermento il grido di dolore si affievolisce e si riesce a sentire nuovamente la gioia nell’anima.
    Un abbraccio solidale a tutte/i
    andrea

  4. mario scrive:

    E possibile, imparare a guardare con obiettività per scoprire nuovi scenari possibili, confrontarsi e condividere idee buone.
    Saluti
    Mario Scozzafava

  5. Marco scrive:

    Per chi è in cerca di entusiasmo, consiglio di guardare all’esperienza di Fair Coop. http://fair.coop

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